
Topografia della permanenza
- Cristina Costantini

- Jan 4
- 3 min read
Ritornare è sciogliere e riannodare.
Un gesto di movimento naturale, forse innato, che dà vita al flusso di cui siamo corpi. Eppure, dove la corrente trova sponda, lì affondano le radici migliori e più resistenti e, dentro, nell’acqua, l’ossigeno nutre le alghe dei giorni e dei pensieri, continue e diffuse, impavide come l’eterno.
E un po’ di eternità c’è anche in quel che è rimasto o cambiato per via Po, nelle risalite e ridiscese da Piazza Castello a Piazza Vittorio. Perché la permanenza è detta non solo da ciò che resta, ma anche da ciò che, cambiando, conserva tracce remote e non rinnega il registro delle origini.
C’è ancora La Bussola, stella polare delle navigazioni di lettura e scoperta tra reminders e prime edizioni, tra copertine che hanno disegnato la storia dell’editoria e font riconoscibili al primo sguardo. (Rimangono i sacchetti blu, con il logo bianco e dentro il sapore di carta inestinto). Più avanti occhieggiano sempre le bancarelle dei libri usati, piani di illuminazione sull’inatteso (per chi coltiva rispetto ed attenzione) ed imprevisto (esclamativo), un ponte intellettuale che, in fondo e davvero, fa di Torino una piccola Parigi. E poi Gilda, il bar in cui è stato bello rientrare anni fa (non ho ripetuto oggi l’ingresso per eccesso di nostalgia) per ricordare della giovinezza universitaria e delle sue amicizie, di quello che in allora non si vedeva e oggi appare così splendidamente limpido.
La farmacia del prendi e fuggi ha ora aggiunto un “para” , ma ha conservato gli spazi dove si faceva incetta di idratanti e dentifrici. Non c’è più il bar vicino per il caffè pre-appelli, sostituito da uno street food, che nelle vetrine, in controluce e profondità, custodisce i mille milioni di macchiati felici, quando il sorriso non era impresso nella schiuma ma abitava spontaneo l’emiciclo di guance e denti.
Non c’è più la libreria all’angolo, dove la via prende ad allagarsi per farsi piazza, eppure un senso di arte e creatività viene ancora dai legni (bellissimi) che corniciano l’ingresso.
C’è, ed è un punto trafitto nella pelle del cuore, il caffè Elena, dove è stato impossibile non tornare di decennio in decennio (dentro e fuori, nel dehor), riprendendo appunti, oggi come ieri, che poi è l’altro giorno dell’oggi.
Più oltre Filofax, dove si compravano le prime agende mobili a prezzi esilaranti, eppure erano un bijou da comporre per formato e colore. Poi il bar dalla scritta rosa (così si chiamava in gergo la sua insegna che s’illuminava la sera) e segnava il posto di riferimento per trovarsi in parcheggio quando la spianata di Piazza Vittorio non era area pedonale, ma terrazzo di sosta e transito affacciato sul Po.
E poi à rebours, il Flora, punto di incrocio tra Erasmus e locals, la Drogheria (degli anni 2000) per leggere quotidiani tra tavoloni indivisi e divani effetto used quando ancora le app internazionali non erano commestibili e a portata di device, i negozi di abbigliamento per lo scoop dell’ultimo momento, Bertolini che ora è gelateria ma nelle tinte delle creme si intravedono i colori delle Gabs multiformi che qui si trovavano pressoché in esclusva, il Porto di Savona con Michele alla cui pizza al padellino era difficile rinunciare, la Tabaccheria grande e fornita, Ghigo della Nuvola e delle paste eccellenti, la giocattoleria che ricordava (e continua a farlo) i sogni e le attese, il bancomat dei mille prelievi, l’orologeria svizzera di cui si sente il ticchettio delle festeggiate ricorrenze e il negozio che porta Venezia a Torino, il vero Fiorio con le alzatine di tramezzini e il paradiso Abrate, con i tavoli di legno per leggere e scrivere affondando il gusto in un dolcesalato irresistibile, i primi franchising che si sono riconfermati ed espansi.
E la campana che risuona.
E intanto sento il passo che non si ferma al passaggio d’ora.


Comments